In questi giorni che per alcuni precedono e per altri concludono le vacanze è difficile offrire agli occhi esperienze anche appena soddisfacenti rispetto a quelle, da vivere o vissute, “dal vivo”.
Il vivo, lo sa bene chiunque si occupi di far rivivere uno strappo di realtà attraverso una foto o un video, è una categoria che si nutre della morte: dell’istante, dell’esperienza presente-passata, di quello che un momento prima sembrava assolutamente di moda, e un attimo dopo è già affidato al racconto e al ricordo.
La moda – diceva Walter Benjamin – accoppia il corpo vivente al mondo inorganico, e fa valere sul vivente i diritti del cadavere.
La fotografia adopera gli stessi mezzi della moda: il sex appeal dell’immagine è del tutto inorganico, ma, srotolandosi, ci conquista alla vita, ci fa respirare un altro mondo.
Se tutto questo è vero per la foto, che del reale è spaccato fisso, quanto vale per il video, per il cinema, per l’immagine in movimento!
Essa slaccia i legami che tengono unito il nostro mondo visivo.
E lo fa tanto più quanto più il quadro dentro l’immagine che si muove è strano, astratto, quando sembra dissonante già rispetto alla sua realtà.
È quello che ci è capitato guardando una doppietta di video-esperienze che sono arrivate (forse non a caso) in questi giorni di saturazione atmosferica e visiva.
Si tratta dei video di SOCIAL ART sulle performance degli Oki Dok in occasione della rassegna Bologna estate Clown net, e dei corti di cinema frattale di albanello.
Nel primo dei due di SOCIAL ART, i belgi Oki Dok (al secolo Xavier Bouvier e Benoit Devos) girano per Bologna in accappatoio e (uno di loro) cuffia da aviatore.
Lungo il percorso per arrivare al palco che accoglie la loro slip performance, seminano curiosità ilare tra i passanti, rifurmulano il paesaggio urbano con la loro innocua estraneità, si dichiarano gioiosi intrusi del corpo sociale suonando un flauto come anomali Hamelin.
Nel secondo, entriamo sulla scena nella serata conclusiva della loro partecipazione alla Rassegna e vediamo: Slip experience, come esperienza della vestizione innaturale, quella intima: in fondo, come recita un claim che tutti conoscono, il clown non recita, il clown è.
Il suono del piffero di uno dei due provoca le metamorfosi dell’altro: da bambino in fasce, ad animale, orango, uccello ballerino, delfino ubriaco.
Poi iniziano le composizioni dei corpi per cui vanno forti i clown: ma qui c’è qualcosa di stonato, qualcosa che fa ridere perché lo sguardo è costretto sul corpo nudo e sui suoi movimenti, e per farsi un’idea di realtà deve immaginare un mondo che lo contiene, un ambiente in cui esso si muove.
È questo sfondamento del reale (sociale e ambientale) che fa sì che i video di Oki Dok siano associabili a quelli dei movimenti frattali di albanello, parte di un lungometraggio da 1 ora in dvd.
Come sono stati fatti? Chiediamo a lui, albanello, ovvero iko:
Li ho generati con un programmino open source per pc che si chiama XAOS, è piccolo e facile da usare, ti fai dei viaggi nell’esplorazione di questi disegni/matematici
E’ stato il video più impegnativo che ho prodotto, 50.000 immagini statiche montate in timeline video (fotogramma per fotogramma) 12 giorni di rendering.
Qui è il software lo slip: tutto il resto, il risultato degli algoritmi, il disegno mobile e ipnotico che vediamo, è il corpo nudo dell’immagine che siamo costretti a guardare, immaginando un mondo in cui farlo vivere per dargli un senso, e uno sfondo a cui appoggiare il nostro occhio in cerca di visioni.
Creste, spine, fianchi, pelle e peli, iride, sangue, grumo, capelli, fungo, cellule, schiuma, unghie.
Realtà aperte, frugate, reinventate in uno spazio immaginario, continue metamorfosi che trovano posto, e forma, per noi di Nstreet.
Scritto da Daniela Ranieri



