« Il cuore della Cerimonia del tè consiste nel preparare una deliziosa tazza di tè; disporre il carbone in modo che riscaldi l’acqua; sistemare i fiori come fossero nel giardino; in estate proporre il freddo; in inverno il caldo; fare tutto prima del tempo; preparare per la pioggia; e dare a coloro con cui ti trovi ogni considerazione »
(Sen no Rikyū)
Nessuno ormai pensa più al tè come rimedio nei lunghi pomeriggi di febbre o compagno di rapidi risvegli. Dal fascino austero delle ore 5 p.m. dell’Inghilterra Vittoriana, questa bevanda è tornata ad essere legata nell’immaginario ai suoi luoghi di origine, e ha rifatto il giro del mondo.
Nell’epoca della rivalutazione della lentezza, del trionfo del gusto orientaleggiante, della rivalutazione di lussi semplici legati al benessere, il rito del tè detiene una delle posizioni più alte nell’orizzonte della quotidianità del consumatore consapevole.
La reputazione che circonda le foglie di tè è nota a tutti: il desiderio di un momento di tranquillità da dedicare a se stessi è divenuto sempre più una consapevole operazione antiossidante, e da bisogno individuale è divenuta febbre collettiva, da consumarsi lentamente nelle rarefatte atmosfere minimali dei locali più “cool” del Pianeta.
Introdotto in forma di polvere in Giappone 800 anni fa dai monaci Zen che ne avevano studiato le foglie in Cina, questo è uno dei pochi prodotti la cui consumazione richiede una Way of tea, conosciuta in Occidente come Cerimonia del tè.
Tutta la complessa serie di regole che prescrivono tempi di infusione, materiali, uso e manualità di utensili, tipo di acqua usata, fa di questa cerimonia un’esperienza estetica e spirituale e non solo del palato.
La stessa procedura di preparazione sembra suggerire qualcosa che ha a che vedere con la disciplina e il raggiungimento della serenità interiore, legata anche alla consapevolezza di farsi del bene. Tutto questo è slow, almeno quanto il junk food è fast, alleato del consumismo, delle multinazionali, dell’inquinamento e delle malattie dell’occidente industrializzato.
Chi ama il tè sa che non è quella cosa insipida fatta infondere nell’acqua tiepida e da insaporire con latte (come gli inglesi, che evidentemente ingorano che i grassi del latte annullano l’effetto benefico dei polifenoli), ma una polvere preziosissima e raccolta in luoghi remoti e incontaminati (la migliore, più pastosa, è il the verde matcha), che si lascia attraversare dalla setosità del liquido caldo e lo infonde del suo gusto e del suo colore, regalando un momento di benessere che sembra aver contagiato, per osmosi, il design dei luoghi dove si consuma, l’abbigliamento di chi lo serve, la gestualità di chi lo beve.
Intorno al rito del tè si organizzano addirittura pacchetti vacanze, non tanto per andarlo a raccogliere nei luoghi dove nasce (per una tazza di pregiatissimo Pu-erh bisogna spingersi fino al mercato di Xuanwu in Cina), quanto per concedersi delle pause in Hotel costosissimi e patinati (come il Cameron Higlands Resort in Malaysia, o il Glenburn Tea Estate, in India) che promettono trattamenti tutti a base di the.
Ma anche senza eccedere nel lusso e nell’ostentazione conssumistica (che è esattamente il contrario dello spirito del tè), e senza spingersi fino allo stiramento dei tempi che vediamo nel video di The Black Box su Nstreet, anche nelle realtà locali si assiste a una riscoperta di questo antichissimo rito, che forse è una moda, ma forse è anche qualcosa in più, in grado di suggerire nuovi (antichi?) ritmi di vita e di lavoro.
Forse, addirittura, di riconfigurare anche i tempi e i modi della produzione, se anche il Times di Londra ha messo a disposizione dei suoi collaboratori delle sale per la lenta consumazione di ottimo tea post-coloniale.
Scritto da Daniela Ranieri

