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Pubblicità=verità

Guardate questo cartellone pubblicitario: non vuol dire niente. Mi ha fatto perdere ore, e quando rinuncio a capirlo mi sale la rabbia. Eppure, questa pubblicità è la più onesta possibile. Dichiara la sua disonestà, cioè la menzogna di ogni campagna pubblicitaria, che consiste nel creare una realtà illusoria fondata sul nulla semantico.

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Per Nstreet, questo è davvero un esempio di marketing non convenzionale: il brand abdica al suo potere per decretare il potere del nonsense.

Certo, paragonata alle altre campagne banalmente geniali, in cui il meccanismo semantico è ben oliato e perfettamente combaciante con l’effetto voluto, si rischia di svalutarla.
Se le pubblicità rifiutate finiscono qua, tra quelle che hanno passato il filtro dell’efficacia comunicativa ci sono esempi di cui, grazie a voi, andiamo fieri su Nstreet.

C’è il Colosseo ricostruito all’interno della Stazione Termini con bottigliette di birra: perfetta.
Roma, stilizzata nel suo monumento simbolo, riprodotto in scala, utilizzando il packaging riconoscibilissimo di un prodotto straniero, dentro un ambiente di passaggio, dentro Roma per chi arriva a Roma.

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Cosa si vede prima arrivando in una metropoli? La stazione, certamente. Invece no, il Colosseo, ma rivisitato in chiave contemporanea: un transito accanto all’eterno, o quasi (non è venuto in mente a nessun ragazzino di farlo franare con un pallone? Io la trovo una tentazione irresistibile).

C’è quella, immediata, nella quale si indica in due parole accostate, Ingresso Piadina, senza alcuna relazione tra loro, dove recarsi per ottenere soddisfazione:

C’è il marketing politico della propaganda a Cuba, una sorta di American Dream in chiave rivoluzionaria.

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C’è quella che merita il primo posto, per l’abilità di cris@ns che ha saputo cogliere l’attimo più combaciante, e quindi più straniante, capace di provocare un’ironia davvero non convenzionale: questa esperienza è una di quelle in cui si mischiano poesia e cinismo.

Non si può restare neutri di fronte ad uno scatto del genere, se si ama (o odia, fa lo stesso) la pubblicità, la comunicazione, la semiotica.

Questa “messa in abisso” chiama in causa parti profondamente radicate nel pubblico dei consumatori più smaliziati: ironia romantica? Piacere casuale della decodifica? Senso di rivalsa verso il potere delle multinazionali?

Oppure, nel caso si preferisse il meanstream, la soddisfazione della conferma del potere mobile ed eterno del brand? L’informazione riuscita è quel messaggio a cui il ricevente, o il consumatore, è il consumattore, attribuisce valore.

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Il valore della pubblicità di una Cola turca è amplificato, anziché diminuito, dal passaggio casuale dei camion della Cola internazionale. Il potere del messaggio nel cartellone è tanto più forte quanto più è potente quello del mondo fisico, che sta passando per caso.

Fuori e dentro il cartellone, sei preso nel messaggio e nello slittamento di quelli che in semiotica si chiamano tempi di enunciazione. Wow.

Fateci sapere cosa vi suscita, fateci vedere le pubblicità che vi hanno stregato o fatto arrabbiare: ne siamo assetati.

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Scritto da Daniela Ranieri

7 commenti a “Pubblicità=verità”

  1. Nicola Bruno scrive:

    @Patrizia cosa intendi con “sai che stavo mettendo il tuo nick di ff”?
    Non ho capito, sorry.

  2. Zazie scrive:

    Sono d’accordo… la pubblicità fa sue alcune dinamiche dell’arte d’avanguardia ma in questo caso l’artista è cris@ns..capace di cogliere l’attimo più denso di livelli significanti.
    Rimane che più che abituarmi alla cola versione turca io in turchia mi berrei l’Ayran, una bianca bevanda tipica a base di latte acido cagliato, che, strano a dirsi, dopo le prime storture di naso crea una certa dipendenza…
    ;)

  3. Francesco Caolo scrive:

    Una cosa è certa, tutte queste pubblicità hanno ottenuto un risultato. Vinto forse no, ma hanno fatto parlare di sé (non è vero che questa è una vittoria).
    Da persona che lavora nella pubblicità, sarei ben fiero di vedere un mio lavoro fotografato e commentato in internet. Spingere una persona a prendere il telefonino e fotografare un’opera (a volte opera d’arte) è un bel risultato. Leggere commenti positivi una gratificazione. Rilevare un incremento delle vendite del prodotto reclamizzato… be’ quella sì che è una vittoria!

    L’ego del pubblicitario, tuttavia, si ferma troppo spesso solo alla rilevazione del primo risultato…

  4. Questo bel post fa tornare in mente molti esempi di pubblicità “insensate”… a cominciare dalla ripetizione ossessiva di una scritta (penso alla sigla enigmatica “GARAP” citata da Baudrillard nel libro “Il sistema degli oggetti”)… in certi casi, questo può essere un modo assai furbo per far assumere a un segno qualunque, mobilitando volta per volta la fantasia del lettore, una grande quantità di significati possibili. Non solo: lavorando sul nonsense e il detournement il pubblicitario si muove sullo stesso terreno di molta arte contemporanea…

  5. cris@ns scrive:

    La Coca-Cola ha colonizzato il mondo, in Africa purtroppo è più facile trovare una bottiglietta di Coca-Cola che un bicchiere d’acqua potabile. La Turchia ha tentato di dare un’alternativa locale con la Cola Turka, in alcuni paesi islamici c’è la Mecca Cola, certo rimane sicuramente una lotta impari che però a livello locale (e nei paesi con una forte immigrazione turca come la Germania)ha dato discreti risultati grazie a una campagna pubblicitaria di forte impatto e che gioca molto sull’orgoglio nazionale http://www.youtube.com/watch?v=5YsrKy2z2T8
    La Cola Turka a Istambul è molto diffusa nei luoghi più popolari, nei chioschi per strada, mentre nelle zone più turistiche o nei quartieri eleganti della città sicuramente la Coca-Cola ha la meglio (bisogna ammettere – a malincuore – che è anche un po’ più buona.)

  6. @nicola sai che stavo mettendo il tuo nick di ff;) bene francamente l’immagine trasmette anche a me questa sensazione vai a capire però poi cosa sceglie la gente in quel territorio? Bella domanda;)

    Questa immagine sapete cosa mi fa pensare? Ad una cola italiana almeno un tentativo di creare un nuovo brand con la parola cola, io l’ho testata e comprata ..avete capito di cosa parlo?;) Un indizio? la V…

  7. Nicola Bruno scrive:

    Mi permetto di dissentire sul significato dell’ultima immagine. Personalmente ci vedo una riduzione del valore della pubblicità della Cola Turka, in quanto il cartellone è lì fisso sul muro – sembra anche sporco – mentre il camion in transito porta la Coca cola per le strade. E’ la Coca cola ad averla vinta perché nella realtà dei fatti è Lei ad essere distribuita begli esercizi della città; l’altra invece è lì, ferma sul muro, a vendersi, a farsi desiderare, a rincorrere i desideri del consumatore.


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