Lo stile rehab va ancora alla grande: le viziose occhiaie che ti danno i trattamenti disintossicanti non si ottengono nemmeno con lo smoky make up più azzardato (che, diciamocelo, tende un po’ ad appiattire lo sguardo e dopo qualche ora cola).
L’aria vissuta e la disperata bellezza dei paradisi artificiali dello star sistem tengono ancora saldamente il primo posto tra i criteri di assegnazione dello status di celebrità divorata dal successo e dalla malinconia.
L’aspetto più uncool della vita umana, il percorso di riabilitazione dopo una dipendenza (vedi E. Morin, Le star) è ancora di fatto il più cool nel mondo patinato della star.
Riflessioni che sono d’obbligo quando su Nstreet sono comparsi i Betty Ford Center, vincitori dell’Heineken jammin’ Festival nel 2007 e autori del singolo pluripremiato (da pubblico e critica) intitolato, guarda un po’, “ENJOY THE REHAB”.
Betty Ford Center è il nome di un centro di riabilitazione dalla droga e dall’alcol che si trova a Rancho Mirage (California), fondato dall’ex first lady degli Stati Uniti Betty Ford. È conosciuto, appunto, come il “rehab of the stars”, una forma molto glamour di ospedale o, se volete, la versione clinica di un costoso centro benessere.
Ora il gruppo, viziosissimo e glam, luccicoso di lipstick e chitarre elettriche, entra su Nstreet con un pezzo che siamo sicuri susciterà inammoramenti, perplessità, discussioni, emozioni: “PSYCHOVICIOUS”, clip con immagini tra Lynch ( non sono i conigli di Inland Empire, quelli?) e Tarantino (il coltello sferrazza subdolo in questo locale pulp come un manga per adulti, altrettanto innocuo) fluidamente incastrate a una musica incalzantissima e inquietante.
Il tema non è fatto per rassicurare: la sindrome di Stoccolma.
Ci auguriamo che nessuno di voi abbia fatto realmente un’esperienza di rehab o di identificazione con l’aggressore, ma è chiaro che qui parliamo di ben altro: si racconta un’epoca citandola anche nei suoi aspetti tossici (l’aveva fatto, coi suoi mezzi, anche Baudelaire).
Guardatelo e dite che ne pensate. La condivisione delle esperienze è anche questo: progetti singoli che costruiscono narrazioni collettive, confermano o distruggono tendenze e mode.
Scritto da Daniela Ranieri


