“Io ti piacerò”.
E avevate ragione…
Come con tutto, sono arrivata tardi anche con i Placebo. A volte è per la noia che parte in automatico non appena sento parlare (troppo) di qualcosa, e mi scappa la voglia di provare. E’ stato così per Harry Potter (all’inizio non lo volevo leggere), poi per il the verde, Sharm, ancora per il sushi, il cammino di Santiago di Compostela, “La vita è bella” di Benigni, ultimamente per la serie tv Boris. Il più delle volte, poi, ci arrivo comunque ma con mesi o anni di ritardo. Questo spiega perché ho trascorso lo scorso weekend ridendo da sola delle vicende della troupe di “Occhi del cuore”, dandomi della stupida per il tempo perso.
Se non sapete a cosa io mi riferisca, è ora anche per voi di guardare Boris.
Riprendendo il titolo del programma degli anni Sessanta che verteva sulla redenzione dall’ignoranza (intesa come condizione di chi non conosce), potrei intitolare la sezione delle mie recensioni “Non è mai troppo tardi”, inaugurata un paio di mesi fa da quella su Four Tet.
Scusate la divagazione necessaria. Dicevo, sono arrivata tardi anche per i Placebo ma non tardi al concerto, ed è questo che conta.
Quando poi ci arrivo, insomma quando ho questa epifania, non esiste più niente. Quindi verso la fine dell’anno scorso, rendendomi conto che i concerti dei Placebo nelle vicinanze erano già passati mentre io probabilmente ero in altre faccende affacendata, decido che devo combinare il mio antico desiderio di visitare il Giappone con il nuovo di andare al concerto. E al grido di “mai più senza” inizio a dare un’occhiata ai voli per Tokyo, marzo 2010…
Fortunatamente mi salva dalla bancarotta la notizia del concerto di Udine. Appena mettono in vendita i biglietti ne compro due, senza pensarci. Poi, a un mese dal concerto invito un’amica, pur sospettando che non sia una fan. Ma l’idea di una gita in stile Thelma e Louise fa sempre gola. Quando scopro, mesi dopo l’acquisto del mio angolo di nuovo paradiso, che la data di Udine non sarà l’unica presenza della band in Italia mi sento un po’ tradita, ma mi passa in fretta.
Pare che la scelta del nome Placebo derivi dal latino “io ti piacerò”. Anche se in seguito, Molko rispose alla domanda sull’origine del nome della band con: “The most important thing for a name is that you can imagine forty-thousand people screaming it in unison.” Insomma, l’importante non è il nome, ma il fatto che poi ci siano quarantamila persone che lo gridano all’unisono. Come dargli torto…
E a Udine di persone ce n’erano parecchie (non così tante, ma buone) che, più o meno consapevoli del significato della loro band, ne invocavano il nome. Un pubblico eterogeneo di nostalgici (alcuni con bambini al seguito), nuovi e vecchi fan. Grande emozione, musica e scenografia (alcuni pannelli video sullo sfondo) da ipnosi collettiva.
Guardate i video del concerto.
Altri video e foto nella scheda evento di Nokia Play. C’eravate? Caricate anche i vostri!
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Scritto da Federica Bianchi



