Piattaforme aperte: saperi diffusi tra buisness e sharing

È di questi giorni la notizia che The Guardian, il prestigioso quotidiano londinese nominato per due volte il miglior quotidiano del mondo dalla Society for News Design di New York, ha inaugurato una piattaforma di condivisione dei propri contenuti editoriali. Sarà la stessa testata on line a mettere a disposizione di tutti gli utenti un pacchetto di strumenti  che permetteranno di  condividere gratuitamente le cosiddette APIApplication Programming Interface, cioè applicazioni-interfaccia che possono essere usate dai siti dei clienti per costruire altre applicazioni e servizi, e relative ai contenuti editoriali pubblicati fin dal 1999. L’unica condizione è che insieme agli articoli e alle applicazioni vengano importati anche i contenuti pubblicitari. Il fine ultimo di questo progetto è far crescere attraverso la messa a disposizione delle API il numero di sviluppatori  che mette in circolazione i contenuti “Made in Guardian” per la creazione di applicazioni nuove, in favore di mash-up di video, articoli, immagini.

Appare chiaro come alla perdita in termini di proprietà sui propri contenuti, visti da parte di tutte le redazioni specie giornalistiche come uno spauracchio in grado di minarne le basi autoriali, corrisponda qui un vantaggio considerevole sia in termini di popolarità (attraverso la diffusione virale del contenuto a marchio The Guardian) sia economico (con la veicolazione delle inserzioni pubblicitarie di cui l’utente terzo si fa vettore). La novità risiede proprio nell’aver saputo unire la logica vincente dello sharing, con i suoi valori in termini di condivisione e di rilascio libero di contenuti, alla logica commerciale: in termini di buisness, infatti, Open Platform comporta la crescita esponenziale del proprio network di affari per un quotidiano on line che ha vanta già 30 milioni di visitatori mensili. Siamo in presenza di un modello perfetto di convivenza tra due logiche che spesso vengono messe in conflitto tra loro, specie nel mondo dell’editoria: quella del copyleft, o comunque della estensione dei diritti digitali non solo e non più in termini di tutela esclusiva dei diritti d’autore, e quella della ricerca di nuove forme di advertising  del proprio marchio, a dimostrazione che non sono affatto inconciliabili, neanche in fase di decrescita economica mondiale.

Tutto questo assume tanto più valore in un momento in cui le democrazie mondiali si confrontano tra spinte delle libertà e criteri estensivi – specie in termini di durata – dei diritti esclusivi degli autori. A questo proposito, di largo respiro appare la notizia della pubblicazione da parte del Centro NEXA su Internet & Società del Politecnico di Torino di un position paper dal titolo “Creatività remunerata, conoscenza liberata: file sharing e licenze collettive estese”, un documento sulle licenze collettive estese, uno strumento – già ampiamente utilizzato in altre parti d’Europa – che ha il potenziale di trasformare file sharing, da problema, in opportunità di crescita sociale ed economica per il nostro Paese.

Anche se qualcuno fa notare come l’utente terzo che utilizzerà i widget messi a disposizione dal quotidiano non sarà certo il grande pubblico ma partner altrettanto prestigiosi, il progetto ci sembra tutto sommato da elogiare come qualcosa di nuovo nel campo dell’editoria. Insomma se il denaro sia il fine ultimo dell’operazione o se è invece un mezzo utilizzato al fine di rendere il tutto reale e possibile, non sembra nello scenario contemporaneo, teso tra libertà e pericolo di restrizioni, la cosa più importante: idee come questa hanno  l’effetto sicuro di agevolare la circolazione dell’informazione e quindi la sopravvivenza del giornalismo e della libertà in esso, in tutte le sue forme.


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Scritto da Daniela Ranieri

3 commenti a “Piattaforme aperte: saperi diffusi tra buisness e sharing”

  1. Dorian Tireli scrive:

    Bravi.
    In ogni caso, parlando dei giornali cartacei, o si cambia, o si muore, i tempi stringono…

  2. Daniela Ranieri scrive:

    Verissimo, anche se come scriveva Al Gore sul primo numero di Wired Italia

    “Una rivoluzione che produca buone news va ben oltre i siti web, la multimedialità, i blog, i contenuti genrati dagli utenti o qualsiasi altra tecnica su cui passiamo tanto tempo a discutere. richiede nuovi sistemi e nuove organizzazioni”


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