«Compariranno nuovi tipi di enciclopedie confezionate con una rete di percorsi associativi che le collegano, pronte ad essere inserite in Memex e qui ampliate».
Vannevar Bush, As We May Think
L’articolo uscito nel ’45 sul periodico Atlantic Monthly da cui è tratta la frase qui sopra è stato scritto da uno degli scienziati della tecnologia più visionari che il secolo abbia mai avuto. In esso parlava dell’invenzione di un apparecchio chiamato “Memex” (abbreviazione di memory expansion), una specie di memoria esterna intelligente capace ordinare in modo ipertestuale i contenuti del sapere.
Memex è chiaramente l’embrione di un motore di ricerca, e sancisce contemporaneamente la definitiva ammissione dell’insufficienza delle potenzialità dell’intelligenza umana di fare tesoro delle centinaia di triliardi di exabit di informazioni che costituiscono il distillato dell’esperienza e della conoscenza del genere umano (per fortuna ci sono casi di intere epoche abitate da sistemi mentali in grado di abbassare di molto la media).
Il terrore della possibilità che tutta la somma delle conoscenze accumulate nel corso – breve, rispetto alla durata del Pianeta e delle galassie – della vita del genere umano nella sua totalità (esempio: le parole di tutti i libri stampati, i caratteri sulle tavolette, la forma di un oggetto dopo esser caduto, le canzoni cantate, le poesie scordate, le pitture rupestri, il colore di un’ala d’uccello proprio in un dato momento, la durata di un diluvio, il rumore della prima unghia su un vetro, la prima parola letta da un abitante della Mesopotamia) possa sbriciolarsi allo sparire delle generazioni e al volgere delle ere è uno dei più radicati nell’agire e nel pensare di tutta l’umanità.
In realtà, non è poi tanto difficile impedirlo. Ormai abbiamo scoperto che se una Torre di mattoni non può contenere la fisicità, il corpo, delle informazioni, ciascuno di noi è contiene un numero imprecisato di Torri che ruotano su stesse, tali che quando serve un’informazione basta produrre la rotazione giusta che fa scattare quei precisi ingranaggi, i quali a loro volta emettono il dato che cercavamo.
« …a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili», scriveva Borges ne la Biblioteca di Babele.
Il nostro corpo è una torre di carne e mente, o se si preferisce un foglio di carne e mente, che si riconfigura ospitando e incorporando infiniti fogli, infinite torri, costruite dalle nuove tecnologie di databasing e produzione di significati immateriali e digitali.
Nstreet si sta sempre più configurando come una Torre di Babele digitale che raccoglie senza sistematizzarli sguardi, fatti, cose viste o mancate, angoli, vetrine, musiche, esperienze. Lo spazio che occupa è espandibile, e non pesa niente, neanche ora con l’introduzione della visione in HD.
Se le combinazioni dei caratteri, delle lingue, dei suoni, degli sguardi, delle immagini sono infinite, non lo è il tempo per immaganizzarle, da una parte, e per fruirne, dall’altra.
Il tempo è quello privato, quello dell’esperienza. Ogni sogno totale è destinato a fallire, è un delirio.
Il delirio dell’universo delle esperienze, emozioni, espressioni umane che di fronte a quelli che un tempo ci piaceva chiamare input si possono produrre è una Babele skizo.
E’ quello che prova a fare Han Hoogerbrugge utilizzando la faccia fumettata di Edward Norton in Modern Living: Neurotica Series. Nell’animazione 96, se clicchi sulla faccia di Edward lui si sfila una prima faccia, sotto la quale, tra centinaia di mosche che sciamano, ce n’è un’altra identica, e poi un’altra, e poi un’altra ancora, che sono tutte la sua faccia, e ti viene il sospetto che si tratti di un processo all’infinito, che continua sotto i colpi di altri clic, anche se spegni il pc.
Nella 34 lo devi far saltare per fargli evitare un polmone gigante che lo fa esplodere, nella 83 conta usando le dita fino a che è vittima dei tuoi clic, mentre nella 12 si cava un occhio con un cucchiaino e se lo mangia.
L’esperienza è nevrotica, esce dai margini delle cose conosciute, non può mai essere “tutta”.
Nstreet è la Babele delle esperienze che si fanno nei luoghi definiti dalle mappe urbane. Anche se non vi trasformate nel volto tumefatto del vostro avatar chiedendo ai nostri polpastrelli di tirarvi freccette usando come bersaglio un coniglio che vi esce dagli occhi, va bene lo stesso, l’esperienza è infinita.
Scritto da Daniela Ranieri




Eh ma qui andiamo su livelli troppo alti… Diciamo che alla condanna del ricordare tutto preferisco la libertà del dimenticare (non ho senso storico)
Funes, o della memoria
ti è sfuggito di mente?
ahahah
ricoveratelo d’urgenza!
Bene! Luca è il vincitore del Primo premio nel concorso “Scrivi un commento più complicato del post che commenti, se ci riesci!”
lo spazio asignificante e apersonale degli eventi liberi!
Babele-schizo.E’ sempre più vero che esistiamo per gli effetti che produciamo..e che la portata di quello che traduciamo è un blocco a/e-ffettivo da ritradurre, all’infinito.Si distende lo spazio attuale sull’illimitato campo delle interfacce che ne dissodano le stasi semantiche.Innestata nel collettivo virtuale, l’esperienza rimane una, chi la fa si frattalizza, si molecolarizza, e quel che rimane si riconcatena rimodulandosi e rimodellandosi all’infinito.E’ la possibilità di riconcatenarsi di un contenuto a stendere il suo senso aprendolo all’indeterminazione sulla quale si rimodula il soggetto frattalizzato e sulla quale soltanto saranno interpellati i suoi istanti vitali individuanti e singolarizzanti..(una parola d’ordine che salva..) Al di là della comunicazione, la comunicazione ritrova l’aria aperta proprio nell’assetto macchinico, che da suo mezzo diventa fine: piattaforma più importante che messaggio, evento più importante che opera, nuova semiotica e non semantica, ma più ancora nuove pratiche da inventare.Gli eventi filano non più scanditi da punti alti e bassi (troppo significanti), ma sono gli alti e i bassi a scorrere sulla linea collettiva di unico tempo astratto, modulato dagli inanellamenti singolari che ne sono catturati e che hanno l’energia sufficiente a captarlo…nomi propri chiaramente(nomi-eventi).Il sapere realizza la sua figura pratica quando la geografia vince..a favore di tutte le latitudini/longitudini affettive che schizzano dalla decodifica istantanea. Una macchina leggera, verde, molto semplificata nell’utilizzo, e davvero piacevole, perchè in fondo la macchina, lo si sa, non è mai macchinica quanto noi, skizo!