Non c’è forse niente di meno bello e interessante delle foto delle vacanze, specie quelle degli altri.
Sono poco interessanti perché racchiudono ricordi che non sono i nostri, portano venti che non ci hanno sfiorato, racchiudono sguardi che non ci dicono niente della felicità che ha provato chi le ha fatte e chi vi è ritratto.
Sono brutte perché la maggior parte di esse riflette un senso di sciatteria, di velocità, di toccata e fuga (last minute è la formula a tradimento che ci accompagna dalla partenza al termine del viaggio), tipica dellae soluzioni all inclusive, dove le cose viste e i posti abitati anche solo per qualche ora si succedono rapidamente, lasciando un retrogusto di cosa appena assaggiata e male, nella bulimia disinteressata dei pacchetti vacanze.
Certo, spesso gli scatti possono tradire le stesse intenzioni del viaggiatore, e comunicare sensi laterali, ai quali magari egli stesso non pensava. Si sa che la macchina ha un occhio indipendente dal nostro che la usiamo, e che a volte siamo del tutto inconsapevoli delle storie che i luoghi e gli oggetti ritratti contengono.
Ovviamente, modalità di vacanza diverse, più concilianti verso il bisogno di tutti di “vacanza”, cioè di assenza temporanea da qualcosa, dalla routine temporale e da quella spaziale, produrranno foto diverse.
Non pensate subito male: fare un turismo slow non vuol dire chiudersi nei musei cittadini deserti, ritirarsi in una pensione sul lago, fuggire dalla wi-fi come dalla peste, passeggiare tutto il giorno alla ricerca di tartufi e letture di poesia ceca (non male per altro), e non richiede necessariamente una formazione un’attrezzatura da hippy o un temperamento da bird-watcher.
Slow tourism è una modalità nuova (o recuperata) di fare vacanze in modo sostenibile, “responsabile, promuovendo il diritto ed il piacere di godere della natura, dei paesaggi, della cultura, della gastronomia, della storia e tradizioni umane”, un modo di “fare turismo lento, vedere pochi posti per volta ma entrare nel loro interno, viverli, assaporarli, assimilarli e nello stesso tempo difenderli come patrimonio di inestimabile valore umano e sociale, che è di tutti e va difeso e lasciato alle future generazioni”, come si legge sul sito di Slow tourism Club.
Cris@ns, al secolo Cristina Natta Soleri, che ci ha mostrato, come si fa davanti a un bicchiere di limoncello in queste sere d’estate, le foto delle sua vacanza slow a Bussana Vecchia, vicino San Remo (Clicca qui per vedere la mappa), città-borgo che sembra il fantasma di quella che era dopo il terremoto del 1887, ed invece è piena di storia e di vita che spira tra le rovine, nelle botteghe, in mezzo all’arte giovane sempre in fermento.
Su Bussana Vecchia, glorioso e potente comune della riviera di ponente potrei scrivere un trattato in più volumi, ma per essere sintetici posso dirti che lassù si trova ancora oggi tutto il “fascino delle rovine” nel senso piu romantico e anglosassone del termine, il villaggio è rimasto congelato a quel 23 febbraio 1887, esternamente nulla è cambiato, la comunità che lo abita da ormai cinquant’anni ha pazientemente recuperato e consolidato gli interni delle abitazioni, mantenendo inalterata la fisionomia medievale del borgo e la sua condizione di “rovina”.
Lassù il tempo si è fermato, e ancora oggi le emozioni non sono molto diverse da quelle dei primi viaggiatori inglesi che si avventuravano tra quelle pietre all’inizio del novecento alla ricerca di luoghi “pittoreschi“.
Ma qual è la storia di Bussana Vecchia?
La storia di questo posto è davvero curiosa, dopo il terremoto gli abitanti di Bussana furono costretti con la forza a abbandonare il paese dichiarato inagibile, e una Bussana Nuova venne ricostruita vicino al mare (per favorire una delle solite speculazioni edilizie tipiche del nostro paese!).
Nel 1959 arrivò un artista di nome Clizia al quale ne seguirono altri, tedeschi, inglesi e olandesi, occuparono le case abbandonate e iniziò un progetto, purtroppo mai veramente decollato, di fare di Bussana Vecchia una comunità internazionale di artisti.
Bussana ricorda un po’ Calcata, paesino arroccato, scavato nella roccia, in provincia di Viterbo, meta degli alternativi, dei freak, degli hippy, degli artisti, e ora dagli amanti della filosofia slow…
Sì, anche Bussana Vecchia dagli anni ’70 è luogo tappa per la Beat Generation, i “cappelloni” non possono mancare un pellegrinaggio lassù, ero bambina e mi ricordo un campionario di “figli dei fiori” che non puoi neanche immaginare!
Ma a chi appartiene Bussana?
Sicuramente gli enti pubblici coinvolti nella vicenda non hanno mai giocato a fondo questa carta e così a distanza di 50 anni non è chiaro di chi siano le mura di Bussana Vecchia, del Demanio? Dei vecchi proprietari? di chi le occupa da decine di anni? Un caso giuridico irrisolto che partecipa a tenere Bussana “sospesa” in una condizione fuori dal tempo, dove puoi incontrare ancora oggi personaggi improbabili lassù cresciuti e invecchiati, ormai anche loro un pezzo di storia bizzarra.
Io spero rimanga per sempre così struggente e malinconica, immobile nel tempo.
Non occorre sbrigarsi per vederla, anzi andateci, ma piano, e poi, sempre in modalità slow, fateci vedere le foto delle vacanze.
Scritto da Daniela Ranieri




Ciao Daniela, Dopo Bussana Vecchia Clizia è tornato in Piemonte, dove oggi parte della sua opera è raccolta qui: http://www.museoclizia.com But do take it easy, ha orari di apertura comodi.
Si può restare in città e vivere lo stesso un’estate slow
http://www.nstreet.it/experience/1205/2403/%20Luglio%20nell%27orto%20di%20Luigi%20-%20Orto%20Urbano