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L’anno di Facebook, anzi no: di Twitter

Non capisco perché la gente mi segua su Twitter: non lo aggiorno quasi mai, ho una foto ambigua (forse per questo?), sono follower per lo più di persone a caso, che non contatto mai attraverso il messaggio istantaneo fornito dalla piattaforma, ma preferibilmente via mail o su Facebook. Ogni volta che mi trovo davanti alla striscia bianca di Twitter non mi viene in mente nulla, ma proprio nulla, da scrivere, e continuo a guardare lo sfondo fucsia (scelto nel mio unico sforzo di personalizzazione) in cerca di ispirazione. Il fatto che non possa mettere mie foto (anche se mi sembra di aver letto che è attiva la nuova funzione Twit.pic), o preferire dei video, o commentare elementi multimediali altrui (il fatto in definitiva che non mi permetta di esprimere una personalità, né autentica né fake), non incoraggia nessun mio desiderio tecnomediato.

Per me Twitter non ha niente di social. È come un telefonino tenuto off line, senza scheda, da cui mando sms che nessuno leggerà mai. Questo almeno fino a un minuto fa, quando ho saputo che Madonna ha usato Twitter per comunicare al mondo che aveva smesso di ferquentare un tizio di nome Jesus che poteva essere suo figlio. Ma a colpirmi maggiormente è stata la rivelazione fatta dal Guardian, di cui abbiamo già parlato qui su Officina, che al Parlamento Inglese sarà presentato un disegno di legge che prevede l’insegnamento nelle scuole elementari del Regno Unito dei fondamenti di Twitter, come strumento di espressione universale, democratica, trasversale, istantanea.

Allora comincio a rivalutarlo, se non altro ex post: se uno strumento di comunicazione inizia ad essere pensato (in uno dei Paesi a fondamento democratico più tecnologicamente consapevole del pianeta, mica in Italia) addirittura come materia scolastica, passando per tutti i quotidiani off e on line del mondo senza bisogno dei clamori che spesso riguardano Facebook, allora la cosa merita una riflessione.
Mi convince poco l’ipotesi che esista davvero qualcosa come la coscienza collettiva, e che si possa parlare di cultura universale semplicemente tenendo conto dei tratti emergenti di contesti socioculturali investiti da logiche mainstream, ma insomma, se Twitter cresce (lo dimostrano le statistiche e ne parla  lo stesso Guardian chiedendosi se la sua diffusione annunci addirittura il sorgere di una “coscienza del pianeta” ), vale la pena considerarlo nella sua autonomia e non solo come versione monomediale di Facebook, come ho fatto fino ad oggi.

È indubbio che Twitter introduce e detta una forma di testualità epsressiva del tutto nuova: nei suoi 140 caratteri, impone la comunicazione rapida, istantanea, riferita all’attimo e quindi contestualizzata, precisa, breve, aggiornata. Il suo essere diventato famoso come strumento di microblogging, e il suo successo presso redazioni ed organi politici (Obama, oltre a quelli resi celebri dall’uso in campagna elettorale di YouTube e MySpace, ha un profilo Twitter che viene quotidianamente aggiornato con micronotizie e domande agli elettori, specie su come risolvere la crisi economica). Ad incoraggiarne un uso che i Millennial, come dimostrano diverse ricerche, hanno ormai decretato come perfettamente inserito nelle logiche della loro quotidianità, c’è il fatto inappuntabile che Twitter è la migliore piattaforma per chi usa il telefonino per navigare: invece di mandare un sms all’amico o al collega di college, parlo col mondo che si è preso la briga di seguirmi, e contemporaneamente posso importare questa informazione sul mio wall di Facebook, più denso e complesso da gestire, senza spendere troppi soldi in connessione.

twitter-obama

Che Obama e il suo staff abbiano interesse a seguire i miei aggiornamenti o no mi sembra poco importante. Quello che mi interessa è che questo strumento, e il linguaggio che impone e inventa, siano diventati strumento di informazione e comunicazione politica mondiale, universale direi, vista la pervasività non solo mediale delle tecnologie di rete. Appare sempre più chiaro che Facebook è per gli amici (vuoi ritrovare i tuoi compagni di scuola?) e poco si presta a iniziative di advertising o a comunicazioni reedazionali o  collettive (se non attraverso lo strumento dei gruppi e delle  pagine fan), Twitter è per gli estranei. L’uno è personale e nominativo, l’altro si presta alle necessità dell’anonimato senza essere molesto e senza incoraggiare il fake-being, cioè è in sostanza più impersonale, pur essendo meno sistematico e quindi più emotivo. Non mette in contatto col prossimo, ma con il remoto.

Insomma, sia che venga usata a scopi elettorali, pubblicitari o personali, sia che divenga ambiente di sviluppo di un esperimento didattico, e se la stringa testuale di Twitter (in inglese o in Googlish) fosse una delle forme espressive più indicative della contemporaneità come il sonetto lo era dell’epoca vittoriana In Inghilterra o nel Rinascimento in Italia? Se fosse lo strumento attraverso il quale le culture possono entrare in relazione tra loro utilizzando un linguaggio comune, semplice, dove semplice non è da intendere in senso riduttivo ma in quello di valorizzazione ed elevazione delle differenze in comunanza? Ci pensiamo insieme? Seguitemi, magari su Twitter.

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Scritto da Daniela Ranieri

11 commenti a “L’anno di Facebook, anzi no: di Twitter”

  1. marina borrometi scrive:

    La striga-tezza di twitter è vero, permette di essere immediatamente connessi con la dimensione local di posti anche molto distanti. durante l’attacco di Gaza dello scorso gennaio / piombo fuso, ad esempio, mi sembrava più interessante seguire gli updates e i botta-e-risposta di utenti come http://twitter.com/civaxc e http://twitter.com/Jew4palestine che la copertura on-line dei quotidiani italiani. adesso però tra i miei followers, oltre a Gazanheroes ho anche IKEAItaliainordine e Emmelunga..

  2. Daniela Ranieri scrive:

    Infatti è improbbile che Twitter stia competendo con Facebook,lo dimostra il fatto che ne sia un’applicazione. Piuttosto è probabile che permetta e veicoli una comunicazione diversa (come è stato per Facebook rispetto a MySpace)che forse è più, come dire, aderente agli sviluppi del social dei prossimi anni

  3. Twitter non può superare Facebook per ovvi motivi..
    la gente ti segue su twitter perchè può diventare tuo “amico” + facilmente sperando di viralizzarsi acquisendo un numero sempre maggiori di amicizie.. in realta pochi sono seguiti da molti ma i molti nn sono seguiti da nessuno!

  4. Daniela Ranieri scrive:

    Allora ho fatto bene ad aggiornarlo!!

  5. Rudy Bandiera scrive:

    Twitter ha una utilità fondamentale: io sono arrivato a questo interessantissimo post proprio da li ;-)

  6. Zazie scrive:

    Anch’io, come Akira, sono estranea al mondo di Twitter.
    La riflessione che hai fatto non solo è interessante e ben articolata ma spinge a provare e a fare…
    quindi…Twitter vieni a me!
    vi farò sapere…

  7. Daniela Ranieri scrive:

    @ Maxilimilano: basta cliccare su Seguimi, ça va sans dire!

  8. Proprio una bella riflessione su cui devo dire che rifletterò.

    Sinceramente ero allineato al pensiero esposto nelle prime righe. Twitter non mi sembrava granchè inutile.

    Ora non so se si possa davvero invocarlo come “strumento attraverso il quale le culture possono entrare in relazione tra loro utilizzando un linguaggio comune”… però vorrei provare a rivalutarlo.

    Magari però oggi mi apro un twitter e almeno vedo che succede :)

  9. Minimo che quoto il tuo articolo su facebook!
    Credo profondamente che Twitter sia il futuro della comunicazione istantanea perché è meno “impegnativo” e sostanzioso (nel senso che ha meno pubblicità e applicazioni e quiz e test dalle tematiche improbabili e/o inutili) e, a differenza di FB, c’è MENO PUBBLICITAAAA’! =D
    Detto questo, mi trovo d’accordo su molti punti del tuo pezzo. Twitter avanti tuttaaaa!
    A proposito: come ti cerco su Twitter =D


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