Ci vuole un sublime, perverso istinto artistico per fare una tazza col manico a forma di pretzel, come ci vuole intuito, studio, sudore, esperienza e duttilità per diventare consapevolmente rappresentanti del trash nel proprio settore di competenza, vertici della mondezza, cioè di qualcosa che se a molti fa storcere il naso moltissimi trovano irresistibilmente attraente.
La forza pop di fenomeni come Gigione (vedi lo speciale su Nstreet) e figlio (Jo Donatello) nel panorama musicale partenopeo e sempre più nazional-popolare non può essere liquidata con due parole. Piace, e tanto. Ma perché?
Lo ha capito Gianfranco Marziano, che usa i codici del trash per scatenare il suo cortocircuito semiotico. La sua è una critica della società contemporanea fatta utilizzando i suoi stessi linguaggi.
Scrive Diego De Silva nell’introduzione al libro di Gianfranco Marziano Il mio ragazzo è un genio, me l’ha detto lui:
“è un celebre fra pochi… scrive canzoni molto belle che suona e canta (molto male)… [..]. È un autore di testi capace di raggiungere vette di autentica poesia per precipitare volontariamente in una volgarità talmente gratuita da farti spalancare le braccia.
È un sensore di nuove cafonaggini, un esperto di musicisti falliti… scova il fallimento e l’aspetto tragicomico del singolo (e dunque della società) nella trama di una camicia da mercatino o nella crepa di un’espressione facciale. Per questo tratta l’intero scibile umano come un enorme campionario di piccole meschinità in cui tutti possiamo riconoscerci e ridere”.
Mentre la monnezza resta un nodo alla gola di alcune città del nostro Paese, e Capone e i suoi tentano modi per riciclarla trasformandola in strumenti musicali e fanno concerti per ripulire gli arenili napoletani, c’è chi alla spazzatura delle nostre società iperconsumistiche dedica addirittura dei templi.
Non stiamo parlando del Museo del trash che si trova a Hartford, Connecticut, dove sono didatticamente illustrati tutti i modi di gestire i rifiuti dalla preistoria ad oggi e dove i bambini in visita scolastica possono partecipare alla versione particolare del famoso gioco popolare “Where’s Waldo” che si chiama, però, “Where’s the Rat”, e dove la sfida è trovare un sorcio di gomma in mezzo alla spazzatura.

Stiamo parlando del Museo del kitsch di Allee Willis (lei è un genio del cattivo gusto e una pionera delle rete), di cui Geographe ha rintracciato il teaser.
Questo è un tempio del trash culturale, del kitsch elevato ad ossessione, la “discarica degli oggetti essenziali con intrinseche lezioni di vita nell’anima”.
Questo è il luogo dove l’oggetto con la sua materialità e usabilità si rovescia nel suo alter ego mostruoso, inusabile, difficile, scontroso, user-enemly, e diventa un fenomeno culturale e antropologico.
Invece di essere buttato, un regalo di matrimonio mal riuscito può entrare a far parte di una eletta schiera di reperti che forse i nostri discendenti guarderanno con divertito orrore, ascoltando una musica incredibilmente smielata, easy, che toccherà anche chissà come il fondo inconfessato delle loro anime.
D’altronde, noi abbiamo settato gli Nstreet gifts di Facebook proprio sulla categoria estetica del trash (cliccate qui se volete l’applicazione).
Da un articolo di Repubblica sulla mostra Pop Design. Fuori luogo, fuori scala, fuori schema : “Ogni cosa è, in sé, qualche cosa di più dell’oggetto banale di consumo che rappresenta, diventa il manifesto della nostra sensibilità consumistica, l’oggetto del desiderio, l’estensione della nostra identità, il nostro modo di comunicare”.
La lezione di vita che ci impartisce il kitsch è che gli oggetti-rifiuti delle società occidentali (poltrone, presine, souvenir, soprammobili, bomboniere, frigoriferi rotti, frutta finta, cappotti per cani, parrucche, peluche) sono entrati dentro le nostre vite e i nostri corpi, tanto che i materiali usati per produrli sono gli stessi che riempiono tette finte, labbra siliconate, capelli in poliuretano espanso.
Per non parlare del Junk food e del Mctrash: se è vero che siamo quello che mangiamo, il kitsch siamo noi.
Scritto da Daniela Ranieri



A proposito di kitsch… http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/birra-afrodisiaca/1.html