Le strade sono come avrete capito uno dei nostri temi e luoghi preferiti. Perché ogni strada porta necessariamente verso qualcosa, fosse anche un muro che la chiude e ne impedisce una destinazione, tanto che forse l’importante non è quel qualcosa, ma il tragitto che vi conduce.
La strada è in sé un nastro di storie, panomami, biografie, inquadrature tanto suggestivo, che sono fiorite letterature e leggende sopra le più disparate strade, che non avevano a che fare tanto con l’importanza dei luoghi che connettevano, quanto con il fascino delle narrazioni che sopra di essa venivano intessute.
L’incrocio delle strade è sempre un punto denso dello spazio: non sono forse gli incroci i nodi dove si concentrano le svolte delle storie nei romanzi? Non è negli incroci che vediamo il crescere del livello di popolamento di un luogo e della sua capacità di autoregolarsi? Non sono gli incroci metafora spaziale dell’incontro metropolitano? Non istalliamo forse le webcam più curiose negli angoli che delimitano il perimetro di un incrocio?
È a partire da un incrocio che oggi Nstreet si sofferma a guardare una delle meraviglie dell’epoca postindustriale, costruita nella città per eccellenza, nella attuale forma che ha assunto la Polis: Atene.
Concentriamo il nostro sguardo zoomando su un incrocio molto particolare: incrocio tra via Makriyianni e via Dionysiou Areopagitou ad Atene. Fino a poco tempo fa, era opinione diffusa degli ateniesi che questo fosse un luogo privo di significato storico, inclassificabile e indefinibile, un “nondescript place” come si dice in questi casi, bucherellato da qualche cantiere e utile solo al parcheggio delle ellenicamente innumerevoli automobili cittadine.
Ma da poco è successo qualcosa di sconvolgente: un mese dopo l’apertura del New Acropolis Museum, questo fetta di città ai piedi dell’Acropoli ateniese è un luogo completamente trasformato.
Non ci sono più automobili ma un fermento continuo di persone che vagano da un caffè a un bookshop alle gallerie di giovani artisti.
Questo solido trapezoide di marmo (che nell’orientamento rispecchia la pianta del Partenone) progettato dallo studio dell’architetto svizzero Bernard Tschumi, sembra attraversato da sottili fulmini e scolpito con la luce.
Sorge a 300 metri a sud est dal Tempio di Atena costruito nel V secolo a. C. dall’architetto Ictino e popolato dai capolavori di Fidia.
È proprio relativamente a questi capolavori che si è scatenata una polemica di carattere diplomatico: il NAM ha infatti una galleria per il Fregio che decorava il Partenone, solo che, come si sa, alcune parti del fregio non sono in Grecia, ma in Inghilterra, nel British Museum, da quando tale Lord Thomas Bruce, Conte di Elgin, se le prese e se lo portò a casa nell’800 in qualità di ambasciatore britannico presso il Sultano di Costantinopoli (da allora sono infatti conosciute come “marmi di Elgin”).
Quelle parti, quindi, non ci sono: al loro posto sorgono delle copie. Londra sembra irremovibile: “i marmi li ho rubati io e io me li tengo”, e non importa se deve ad Atene anche la sua consolidata democrazia.
Noi vantiamo uno degli album più belli dell’estate greca, creato da mrxibis: il NAM in tutto il suo fulgore e nelle sue trasparenze, il vetro che sembra ghiaccio che non si scioglie nel caldo e nello smog di Atene.
L’acropoli ci appare nella sua luminosa presenza, l’incrocio su cui risorge nella sua sconvolgente capacità di creare mix di tempi e di civiltà, il Museo Nuovo nella sua sostanza di tempio del futuro, di edificio dedicato a Dei disegnati col laser.
Scritto da Daniela Ranieri





e direi che ancora più indicativo, per il clima di condivisione che un blog comporta, sarebbe conoscere il nome e l’indirizzo di quel piccolo albergo benedetto dagli dei…
Grazie per questo sguardo ancora più zoomato dentro la trasparenza. direi che una delle frasi più indicative del mood che circonda questo splendido luogo della mente e del corpo sia:
“…dove ormai ho trovato un piccolo albergo con una vista che non posso neanche raccontare”
Io amo molto Atene, ci sono tornato non so più quante volte e ormai ci giro per le strade in macchina come se fossi a Firenze. Ho visto cambiare la zona dove si trova il Museo, Makrigianni, da quando il viale Dionisiou Aeropagitou, quello che passa sul lato sud dell’Acropoli, era una strada trafficata e rumorosa, e le vecchie case neoclassiche erano in rovina. Ora il viale è un percorso pedonale su cui si apre la vela che porta dentro il museo, anche se io ci sono arrivato da una stradina laterale, venendo giù da Koukaki, dove ormai ho trovato un piccolo albergo con una vista che non posso neanche raccontare, e dove sono tornato già 4 volte con la mia compagna, anche quando il cantiere del museo era aperto. Atene è una città multiforme e in continuo movimento, ci sono luoghi che fioriscono e in pochi anni scompaiono, altri che rinascono dal degrado, altri ancora che attraversano il degrado come lampi di luce e ti lasciano capire che tutto è possibile, almeno lì. Del museo mi ha impressionato la trasparenza, all’interno fotografare è vietatissimo ma sarebbe stato fantastico: i pavimenti sono cristalli trasparenti retinati, da cascuno dei quali si vedono gli altri “strati” come in una metafora poetica di uno scavo archeologico. E camminare accanto ai fregi di Fidia di qua dal vetro e al Partenone lassù, al di là del vetro, è davvero un’esperienza che resta e commuove.