Nel 2002, la città di Los Angeles venne invasa da un virus visuale che si è esteso rapidamente nel resto del globo. Un’adesivo con la faccia di Che Guevara morfizzata nello stile di un soldato di Star Wars, appiccicata sulle cassette delle lettere e sui segnali stradali, cominciò a diffondersi a macchia d’olio. Basta sul famoso fotoritocco della fotografia più riprodotta del secolo, scattata il 6 marzo 1960 dal fotografo Alberto Korda e da questi regalata all’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli, la nuova immagine mixava due delle icone più rappresentative della storia e della cultura popolare della metà del secolo scorso.
Lo sticker si chiamava Chetrooper, e i suoi ideatori, Derek Fridman e Heather Alexander (fondatori del sito www.urbanmedium.com,) intendevano proprio dimostrare come un’icona politica fosse nel tempo diventata talmente pop e di tendenza da finire su poster, bandiere, t-shirt, e a dimostrazione di ciò l’immagine adesiva cominciò a colonizzare, oltre ai muri e alle superfici metropolitane, magliette, skateboards e, soprattutto, il web.
Il progenitore di questo esperimento fu senza dubbio, negli anni ’90, Shepard Fairey, che creò uno sticker di Andre the Giant, star del Wrestling, e la pubblicò sul sito www.obeygiant.com.
Oggi funziona così: un’immagine disegnata a mano o creata al pc fa il giro del mondo via mail in pochi secondi, e viene rimbalazata dai pixel ai mattoni come se fosse fatta d’aria rapidissima che si imprime con un tocco sugli spazi urbani.
La serigrafia di Warhol, basata sulla riproduzione e sulla diffusione di massa dell’era industriale, è potenziata dalle reti globali, e realizza il suo sogno. Ispirata dal writing e nata nella cultura underground, l’arte dello stickering è diventata un fenomeno mondiale: l’idea, stampata e resa adesiva oppure trasformata in stencil da riempire di vernice o aerosol, diventa un’arte tascabile e removibile.
La nuova piccola icona, meno impegnativa e più economica di un murale, è perciò più pervasiva, capillare, virale. Non a caso, è stata eletta strumento principe del guerrilla marketing.
Per essere visto, lo sticker o l’immagine spruzzata sullo stencil richiede il passaggio pedonale: per questo è un arte della metropoli, effimera e fulminea, e per questo il suo contenuto deve essere scioccante, accattivante, basato su una semantica rapida e fresca.
Ma qui da noi non siamo da meno: nel 2007 a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno, per promuovere la Settimana dell’architettura e del design, l’agenzia di comunicazione MTN Company trasformò le strisce pedonali in disegni ottenuti da stencil ricavati da decori realmente utilizzati dal consorzio ceramisti cavesi, L’agenzia, grazie ad un accordo con il Comune, chiese che ad occuparsene fossero gli stessi operai comunali, che per una volta sostituirono la vernice bianca delle strisce con vernice nera.
Il concept era legato allo stesso evento: cosa può fare l’architettura per migliorare il territorio e l’arredo urbano? Grazie al tam tam mediatico, vide la luce un’operazione che attraversava linguaggi diversi (pubblicità, marketing, artigianato) e diversi “luoghi” (il web, la strada), praticamente a costo zero, e utilizzando solo l’anima di ogni città, l’asfalto.
La street art è, per chi la pratica, un modo per svincolarsi dalle logiche artistiche tradizionali e per creare al di fuori del marketing delle multinazionali, e per chi la usa – cioè, potenzialmente, per tutti gli abitanti delle metropoli – un’occasione per guardare nei buchi di un contesto pieno di immagini massificate e ripetitive.
Come piccola arte collettiva che, incollata da qualcuno, una volta trovata può essere rimossa interamente o a pezzi, staccata e riattaccata altrove per comporre collage, modificata con sovraimpressioni, trasmessa via internet e incollata o spruzzata su qualsiasi superficie del mondo fisico, la street art è uno dei massimi esempi di condivisione virale mediata dalle nuove tecnologie: una Wiki visuale diffusa e incollata negli spazi della metropoli.
Grazie a frac78, a annabaiocco alle koolhunter e a cris@ns è su Nstreet: un muro digitale e fluido che invece di dividere fa il giro del mondo, e dall’analogico dei luoghi fisici diventa patrimonio incollato ai pori della rete, alla cui creazione continua tutti possono contribuire.
Scritto da Daniela Ranieri





A Torino gli stickers hanno preso la forma di piastrelle. Per un certo tempo sono comparse per la città piastrelle robotiche a firma Pixel Pancho giovanissimo writer torinese reso famoso grazie a una mostra all’Art Space Cafè Amantes di Torino http://www.arteca.org/05-06/pixel_pancho/home.htm.
Amantes, luogo dove dal 2006 si svolge Rewriting progetto dedicato al fenomeno dei graffiti e street art http://www.arteca.org/07-08/rewriting/home.htm
Il Che Guevara l’ho studiato nel mio esame di marketing “non convenzionale” quasi 3 anni fa