
C’è maretta tra Google e la Cina. Dal quartiere generale nella Silicon Valley i vertici di Google hanno dichiarato che il loro motore di ricerca è stato attaccato da hacker cinesi, ingaggiati – si sospetta - dal servizio di censura di Stato.
Pare che l’attacco sia stato agevolato da una falla di Internet explorer; la Microsoft, tuttavia, non sembra particolarmente turbata dalla notizia e non ha alcuna intenzione di ritirarsi dalla Repubblica popolare cinese, come minacciato giorni fa da Google.
Il colosso aveva accusato la Cina di un attacco volto ad accedere alle caselle di posta Gmail di dissidenti cinesi, intervento che si è poi esteso a una trentina di aziende americane clienti di Google. Ulteriori indagini hanno confermato che i veri obiettivi erano “gli account Gmail di diversi militanti per i diritti civili”.
L’accusa non è esplicita, ma le decisioni prese dall’azienda californiana non lasciano spazio a dubbi: non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese, interrompendo così una discussa “collaborazione” con la Repubblica Popolare.

Ma in cosa consisteva questa cooperazione? Un esempio: nel 2006, quando Google si affacciò al mercato cinese, dovette sviluppare software che impedissero l’accesso a siti o a parole tabù per la propaganda di regime. E, tra le richieste del ministero dell’Informazione cinese, la cancellazione di siti per la difesa dei diritti del Tibet.
Gli interessi in gioco, come potete immaginare, sono alti: una guerra fatta di strategie, denaro, numero di utenti e immagine. Come andrà a finire?
Scritto da Federica Bianchi


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