Da alcuni anni si dibatte se il Parkour sia uno sport, un’arte, un hobby, o qualcosa al limite del teppismo urbano. I veri parkouristi (15mila nel 2008) amano essere chiamati traceurs, tracciatori, e preferiscono definire la loro attività come uno street sport, cioè una disciplina che coinvolge allenamento fisico, abilità, acquisizione di tecniche, componente ludica e principio del superamento dei propri limiti, come ogni sport, ma all’interno di un contesto esclusivamente urbano.
Molti vedono nel parkour un richiamo ai principi del metodo naturale di educazione fisica inventato da Georges Herbert, per il quale “i doveri fisici di ogni persona possono essere riassunti nella formula: svilupparsi e conservarsi”. Vivere in armonia col proprio corpo e con l’ambiente circostante è uno degli obiettivi del metodo naturale, ed è anche alla base di tutte le discipline sportive. Ma cosa introduce di nuovo lo sport del Parkour? Un sacco di cose. Tanto per cominciare, l’atleta metropolitano non ha un campo o un ring dentro il quale esercitare la sua abilità ma, tuttavia, non mira ad ampliare lo spazio della propria azione fisica eliminando gli ostacoli. Tutt’altro: la barriera è un elemento fondamentale della sua azione.
Nel parkour, inventato da David Bell (stuntman dei film di Luc Besson) 15 anni fa nella banlieu parigina il tracciatore si muove, si sposta, percorre passaggi che per altri sono ostruzioni. Sembra correre, attirato dalla vertigine della caduta ed elevato dall’ebbrezza del volo: in realtà, piega il proprio corpo all’esistenza di un ostacolo proprio per oltrepassarlo, e continuare il ricamo dei suoi spostamenti. Già, perché il traceur traccia il percorso, lo reinventa. Tettoie, barriere, marciapiedi, muretti, scale, rampe, sono una sfida alla fantasia e alle giunture del corpo: impongono di considerare nuove posizioni, nuovi slanci, nuovi dosaggi di forza, affinché si possa continuare la propria corsa, e proseguire nella traccia della propria mappa ideale nel modo più fluido possibile.
Per questo, il traceur deve conoscere a menadito il tessuto urbano: ogni strettoia, ogni avvallamento dell’asfalto, ogni dislivello, compone un nodo della trama, una nota sul tappeto di musica che spesso accompagna queste performance in Mp3, e poi nei video che le mostrano montate. Per questo, Nstreet c’è: il gusto di percorrere la metropoli con corpo, sguardo, regie personalizzate, il gusto di scoprire le tendenze che si muovono e ci muovono, è il gusto di Nstreet.
Scritto da Daniela Ranieri


no francè!
ragà c’è qualcuno che fa parkour pescara o vicinanze??
Ho scoperto questo fenomeno su youtube solo qualche tempo fa e pensavo fosse uno pratica sportiva sotteranea praticata da pochissimi e senza una organizzazione vera e propria. Invece proprio Roma dal 20 al 22 marzo 2009 si è tenuto Ecce parkour, un raduno internazionale di parkour dove gli esperti della disciplina si sono confrontati e allenati.
Bello il contributo video su nstreet del parkour a vicenza!
Mi ha affascinato dai primi video che ho avuto l’opportunità di vedere. Lo trovo un modo per vivere la metropoli, le sue architetture, da un punto di vista diverso, non più strade tracciate e prestabilite, ma fantasia, pseudo-barriere architettoniche che diventano stimolo e creatività. Peccato non avere più l’età e la forma fisica per provarci.
Ingiro per la rete ci sono diversi video di ragazze spericolate e snodatissime che tracciano le città, forse in italia ce ne sono di meno…chissà perché.. forse preferiscono dedicarsi a sport più regolati, o forse è una questione di testosterone? speriamo di no.
certo la filosofia del parkour è interessante e molto condivisibile.
peccato ci siano poche donne a praticarlo…
“ce n’è qualcuna in ascolto?”