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Neoarcheologie metropolitane: quanto mi piace il gazometro

Quella di oggi considera interessanti oggetti come capannoni, macchine per fare stufe a gas, strutture di ghisa, ponti di ferro adibiti ai trasporti delle fabbriche, gazometri abbandonati, silos di mattone rosso per conservare il grano.

Quella di domani si concentrerà su supermercati e hub di aeroporti, plastiche e allumini, elettrodomestici, residui di schede ram assemblati in magazzini coi vetri in resina, rifiuti digitali delle grandi multinazionali.

È l’archeologia industriale, una scienza (o, come per qualcuno, un insieme di saperi e tecniche) che permette lo studio di determinati elementi del passato industriale, economico e sociale del mondo della produzione.

Ma molti di noi sono archeologi industriali spontanei: abbandonato il sogno di scovare tracce dell’impero romano nel giardino di casa, o di svelare la formula segreta di apertura del sarcofago di Menfi, tutti chi più chi meno restiamo affascinati dai relitti, pesanti nella loro mole e leggeri, quasi malinconici, nella loro utilità attuale, che sono disseminati nelle nostre città.

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Gli spazi che hanno resistito all’urbanizzazione massiva si rivelano come faglie nel presente: rovine di un passato non solo materiale, trasudano la loro appartenenza ad un’idea della vita lavorativa e non, quindi della quotidianità feriale e del tempo libero, che è profondamente diversa a quella di oggi.

Nelle ossa di queste strutture pre-post industriali si respira l’aria di altre gestualità, altri modi di usare il corpo nello spazio, e soprattutto quello che una volta si chiamava il rapporto di produzione. Ma questa è una storia lunga…

Su Nstreet ci piace che abbiate colto il carattere metropolitano di queste testimonianze fisiche, e cioè la capacità che hanno avuto di accogliere alte storie, e di servire ad altri usi.

Alcuni esempi: l’area dei Mercati Generali dell’Ostiense, dove sorge il Gazometro da me lomografato, è destinata ad ospitare la città dei giovani ad opera di Rem Koolhas; poco distante, sempre a Testaccio, l’ex mattatotio è ora sede del Macro Future, progetto parallelo del Macro già stanziato in un’altra fabbrica storica, quella della Birra Peroni in Via Reggio Emilia, da dove annabaiocco e enricococuccioni ci hanno riportato le splendide Luci d’artista della Notte dei musei.

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A Prato, come testimonia l’esperienza ricchissima di Massimo, è conservato in un Museo del tessuto gran parte del passato industriale della cittadina, oggi invasa da laboratori di produzioni a basso costo di manodopera prevalentemente proveniente dalla Cina.

In posti dove è difficile pensare persino che si potesse bere acqua fuori dall’orario di funzionamento delle macchine, vengono oggi organizzati aperitivi con musica dal vivo e vista sul fiume. Il fiume è l’Aniene, il luogo è l’ex Lanificio Luciani in zona Pietralata, riconvertita a Cittadella dell’Arte e dell’Architettura, come sa bene la nostra cool hunter annabaiocco che ne ha creato la scheda.

C’è un gioiello di rivalutazione di una zona industriale che ci vantiamo di ospitare su Nstreet: si tratta delle ex Officine Nebiolo a Torino.

Cris@ns (e chi sennò?) ha fatto lì la sua esperienza della mostra di Paolo Grassino, dal titolo Fresh Kills (non a caso il nome della discarica di New York riaperta per accogliere i resti delle Torri Gemelle), in cui si completa in modo poetico e struggente la conversione del passato di ferro e rumore delle rotative nel presente multimediale.

In tutti questi casi, da insediamenti produttivi legati a infrastrutture comuni di immagazzinamento e distribuzione si è passati a luoghi fisici di cultura del cambiamento, di crescita dell’immateriale che contengono, finalmente al di fuori dai tempi e dai ritmi terribili e alienanti della fabbrica dei primi anni del Novecento, dove, anzi, si coltiva il tempo libero, il loisir, il cammino rilassato e attento.

Solo oggi si può dire, varcando quella soglia, una frase come la lamiera, come insegnava Ballard, è affascinante, la lamiera è sensuale, la lamiera è carne ondulata, la lamiera è fetish!

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Scritto da Daniela Ranieri

3 commenti a “Neoarcheologie metropolitane: quanto mi piace il gazometro”

  1. Nel museo del tessuto di Prato, inoltre, la compresenza di tessuti e macchine industriali produce un’esperienza tattile davvero di grande impatto…..

  2. cris@ns scrive:

    Precursori torinesi della scoperta – assolutamente clandestina – dell’archeologia industriale sono stati quelli di “Mazz Art” http://www.studiokeysnc.it/ART/Mazzart.html che, nell’ex colorificio di Lungo Dora Savona, disegnavano meravigliosi graffiti con i residui di pigmenti trovati sul posto, era il 1980.

  3. Zazie scrive:

    L’attrazione per la lamiera era manifestata anche dal cyborg nel suo essere metà uomo e metà metallo, lamiera, circuito…
    non a caso questi luoghi post-industriali sono così capaci di farsi metafora del cambiamento, un pò cyborg anch’essi.
    Se la rovina antica si scova e si isola per essere contemplata, la rovina moderna si rivive, si reinventa e in qualche modo si possiede…
    Sarebbe bello vedere qualche foto o immagine di Livorno, città che di archeologie industriali ne ha da offrire almeno quanto Torino..


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