Che senso ha fare 2000 kilometri, inquinando e consumando combustibile, per andare a comprare un vestito usato? In un’ottica ecomica, ed ecologica, nessuno. Ma ha un senso per la moda del vintage. Così mi spiega una mia amica che una volta ogni due mesi va a Londra per tornare con la valigia piena di cinafrusaglie che sembrano uscite dalla cantina di una nonna e vestiti costosissimi ma in alcuni punti leggermente lisi. Usati, appunto. Da quando usato è diventato sinonimo di cool? C’entra il vintage.
La Definizione di Vintage, da Wikipedia, l’enciclopedia libera on line, è questa:
“Si definisce come vintage un oggetto prodotto nel ventennio precedente o prima, il quale per vari motivi è diventato oggetto cult per le sue qualità superiori, se confrontate ad altre produzioni precedenti o successive dello stesso oggetto. Anche se pronunciato impropriamente all’inglese /vinteig/, il vocabolo Vintage deriva assolutamente dal francese “l’age du vin” (l’annata del vino) e, per estensione, da “vendange” (vendemmia). La pronuncia più corretta é /véntadg/. Il termine coniato inizialmente per i vini vendemmiati e prodotti nelle annate migliori, è poi diventato sinonimo della espressione d’annata.
Vintage è cross gender. Piace a uomini e donne e si estende agli oggetti della vita quotiodiana, agli strumenti musicali, ai complementi d’arredo, agli accessori, alle automobili, alle illustrazioni grafiche e pubblicitarie, al look. È, cioè, più che un genere, uno stile di vita. Ha iniziato a diffondersi in virtù della spinta, data principalmente dai creativi e dai designer, al riciclo e al risparmio. L’understatement – cioè l’atteggiamento di chi evita di palesare il proprio status sociale attraverso oggetti costosi o appariscenti – promosso dal vintage è quello di uno stile che rifiuta di entrare nel circuito della moda e che invece di subire i trend li recupera dal passato, riattualizzandoli.
In fondo, come diceva Coco Chanel, la moda passa, lo stile resta. Vintage non è semplicemente retrò, e non è antiquariato, anche se sono dimensioni contigue: ciò che rende d’annata un oggetto è il suo appartenere all’epoca della produzione industriale, che nei decenni ’60 ’70 ha cominciato a sfornare oggetti di uso quotidiano, decretando contemporaneamente la fine dell’aura dell’opera d’arte non riproducibile.
Vintage non è semplice rivisitazione: al contrario dei cicli delle mode che si susseguono (hippy, folk, fifties, ecc) è genere a se stante che resiste alle mode. Il fatto che sia trasversale ne conferma la sua natura di “atmosfera”. Quindi a parte l’usato (“usato da chi?” è una domanda che raramente viene posta), vintage può essere anche un oggetto prodotto in questi anni, che “cita” il vintage. In questo è il contrario della moda, dove questa è il trionfo del nuovo.
Da fenomeno per intenditori e di nicchia, sta diventando fenomeno commerciale di massa. Entrato nel circuito della moda grazie alle modelle che, come dice Hadley Freeman, giornalista del Guardian, “sono le uniche persone alle quali sta bene proprio tutto e soprattutto le uniche ad avere abbastanza tempo per andare a spulciare tra il vestiario di gente morta”, il vintage da stile è divenuto trend.
I mercatini vintage hanno avuto in questi ultimi anni un successo formidabile non nei piccoli centri storici, dove sarebbe stato più facile recuperare materiali d’annata da saccheggiare dal vecchio armadio della zia, ma proprio nelle grandi metropoli. Tra le mecche del vintage New York, Parigi, Londra, Los Angeles.
Ma Anche Roma e Milano sono invase da questa tendenza: su Nstreet, la nostra esperta di vintage ed Nseeker annabaiocco ha caricato i suoi video dei Mercatini vintage della capitale, tra pizzi, merletti, tacchi a rocchetto, occhialoni sixties, pantaloni a zampa, spille decò, bigiotteria vera e falsa, paralumi damascati, frange charleston, glitter anni ’80, pomelli di armadio a forma di cigno, brocche, vinili introvabili, telefoni bianchi, biancheria da boidoir, oggettistica d’interni stile 2001 Odissea nello Spazio e tutti gli oggetti di una discreta archeologia del futuro.
Scritto da Daniela Ranieri


IL cosiddetto “vintage” è entrato ormai da qualche anno nella nostra vita. Ho notato, a mio parere, che spesso è usato più come terminologia che non come stile di vita, almeno qui nella mia zona. Comunque questo ricorso, al “vecchio”, all’ usato, sia nell’abbigliamento che nell’oggettistica, mi da’ l’impressione di una scappatoia per persone che si aggrappano ad un passato che, per alcuni, sembra essere un ancora di salvezza rispetto ad un futuro verso cui non vedono molte aspettative. Ci sarebbe da chiedersi, quindi, se ciò sia una tendenza esclusivamnete “modaiola, o piuttosto un grave sintomo di una società che non guarda al futuro con uno sguardo curioso, positivo e stimolato dalle novità.
Considerazione molto valida… il dibattito è aperto!
Il Vintage è insieme la forza estetica del classico e la forza espressiva dello stile…
io adoro spulciare tra le cose di mia madre e recuperare vestiti e accessori che mi regalano lo spirito del tempo in cui sono “andati di moda”.
Forse guardo al passato, forse trovo un canale in più per avvicinarmi alla mia mamma, forse…
ma le “sue cose” anni ‘60 e ‘70 possiedono quella “speranza di futuro” che manca alla moda di oggi…
Gli oggetti che non si usano più, tutti gli oggetti ma in particolare i vestiti, sono avvolti da un velo di tristezza, hanno l’odore e tutte le sfumature della tristezza, lo sono ancora di più se rimandano ad una spensieratezza ormai trascorsa. Ci riportano a tutto ciò che di transeunte c’è nella nostra vita…ovvero a tutto tranne che la memoria. Nel gesto del riportarli “in vita” c’è la sfida, destinata inevitabilmente alla sconfitta, di combattere l’attualità, ma purtroppo per noi l’attualità è imbattibile.
Più che di tristezza vera e propria parlerei di nostalgia per un tempo che non si è vissuto. La cosa non necessariamente è “triste”; far rivivere ciò che dovrebbe essere “andato” è un modo di riappropiarsi simbolicamente di qualcosa che non si è avuto, di portare addosso un pezzo di una memoria non propria forse ma collettiva.
Certo, l’attualità è imbattibile, per il fatto stesso di essere “attuale”, ma il passato non esiste più, il presente è solo un attimo, forse meglio concentrarsi sul futuro.
Credo che carattere specifico della moda sia la ciclicità. Il passato vintage nelle sue varie forme – abbigliamento, musica, look,- torna spesso alla ribalta ma mai uguale a se stesso piuttosto reinterpretato secondo le mode e la sensibilità del presente. Il passato del vintage sicuramente rimanda ad esperienze lontane, esotiche, forse mai vissute ma solo assaporate nei racconti dei nostri genitori o magari viste nei film. Penso
che le nuove generazione abbiano la capacità di rimodellare il passato secondo lo spirito del loro tempo.
“L’abito o l’accessorio vintage si differenzia e contraddistingue dal generico “Second Hand”(l’usato) poichè la caratteristica principale non è quella di essere stato utilizzato in passato quanto piuttosto il valore che progressivamente ha acquisito nel tempo per le sue doti di irripetibilità e irriproducibilità con i medesimi elevati standard qualitativi in epoca moderna nonchè per essere testimonianza dello splendore di un epoca passata e per aver segnato profondamente alcuni tratti iconici di un particolare momento storico della moda,del costume, del design coinvolgendo e influenzando gli stili di vita coevi e , più in generale l’arte e la cultura”