Non voglio rattristarvi, ma sono triste io; questo post non vi farà ridere, anzi spero che un po’ stringa i vostri sensi in una morsa.
Ho appena visto il video che è linkato qui sulla destra. L’ho cercato per giorni perché volevo parlare dell’importanza della convergenza nella vita di tutti i giorni. Volevo parlarvi di Cityzen Journalism e della possibilità di denunciare ciò che vedete semplicemente girando un video col vostro cellulare. Volevo spingervi ad utilizzare questo strumento in modo utile per i tempi e i luoghi in cui tutti noi viviamo, respiriamo e moriamo.
Ciò che invece sento ora, mentre fisso il bianco della pagina word a cui mi rivolgo, filo di Arianna tra me e voi, è un profondo vuoto e una strana inquietudine. Io sono vivo, la mia vita è qui, in Italia, in un posto di lavoro, in un preciso luogo fisico. Eppure, vedendo questo video, sono un po’ morto anche io. Nelle orecchie sento il fragore delle esplosioni, le urla della gente, i passi atterriti di persone per le quali, in un giorno, tutto è cambiato.
E se avessi voluto combattere? Combattere per il resto della vita? Se questo mondo l’avessi voluto cambiare?
Mi sento in metropolitana. Sento che sto andando ad un colloquio di lavoro, sto cercando di raggiungere un amico, non vedo l’ora di abbracciare la mia ragazza, sto andando all’università, sto leggendo un libro mentre si avvicina la mia fermata, Atocha. Le porte si aprono, io e altri figli degli uomini scendiamo. Vedo la luce in fondo al tunnel, non in senso metaforico: illumina le scale che mi porteranno all’uscita.
In quel momento provo le mie solite sensazioni: la gente intorno a me mi è antipatica, mi spinge, ognuno ha un motivo buono per andare di fretta, non abbastanza buono per essere maleducata, eppure non si cura delle spalle che la circondano. E’ ironico no? Divisi dalla società, dalle classi sociali, dai gusti, dalla politica, dai soldi sporchi, da una fottuta squadra di calcio. Uniti nel più grande attentato terroristico della storia spagnola, nel quale persero la vita 191 persone.
Uniti per sempre nella storia, grazie ad un video girato con un telefonino. Uniti nei cuori dei familiari, nei cuori di una nazione. Allora ha ragione Alan Moore, serve un nemico comune per farci capire quanto siamo potenti tutti insieme? Per farci comprendere quanto è importante ogni minuto uno al fianco dell’altro?
Quel giorno sono morte alcune persone. Oggi sono un po’ morto anche io.
Sinceramente spero che moriate un po’ anche voi, per andare avanti con una consapevolezza sola. Siamo soli in questo abisso. Ma siamo soli al plurale.
Scritto da SammyJenkins


Impressiona ogni volta vedere come l’uso del cellulare abbia a che vedere sempre più con la vita e la morte e gli attimi focali della quotidianità delle persone. Non so se anche per voi è lo stesso, ma per quanto mi riguarda è entrato anche nei miei sogni notturni, specie negli incubi. Di volta in volta è un salvagente, un allarme da attivare in caso di pericolo, un megafono, una luce che si accende nei tunnel, un walkie talkie, una chiave per il Paradiso o per l’Inferno…